Un giorno a scuola, nell’Uganda più sperduta

La scaletta retrattile si chiude su se stessa con un secco rumore metallico. È un attimo. Sui volti di decine di bambini e bambine si disegna, improvviso e inatteso, uno sguardo di panico senza tempo. Qualcuno inizia a urlare, altri si spintonano cercando invano un’uscita. I più temerari, o meglio i più atterriti, cercano di lanciarsi giù dai finestroni. Il confine tra una gioia smisurata e una paura folle è tutto lì, in quel “clang” della scaletta. E in un retaggio plurisecolare; forse, l’incredibile strascico di un passato indelebile: quello della tratta degli schiavi. O di loschi traffici d’esseri umani tutt’altro che lontani nel tempo. Temono d’essere rapiti, quei bambini. E solo l’headmaster, il preside della scuola subito accorso non appena la situazione è precipitata, riesce a riportare la calma, evitando che qualcuno si faccia male sul serio.

Eravamo arrivati alla Kilyani Muslim School a metà mattinata, provenienti da Budongo e diretti verso le Murchison Falls. Il camion si era fatto largo su una strada sterrata tra bassa vegetazione e capanne di fango e paglia. Quasi tutte le compagnie di Overland offrono programmi di volontariato. Alcune organizzano veri e propri soggiorni: vacanze sociali, insomma. Paghi il giusto per un’esperienza autentica. È una formula strana, a ben vedere: paghi per poter aiutare. Ma chi l’ha fatto, torna a casa entusiasta: perché sono esperienze che ti arricchiscono moltissimo, in contesti spesso inattesi. Un volontariato soft, non è certo come lavorare nei lebbrosari indiani. Vacanze sociali, come detto.

Penne, quaderni, libri. E tanti sorrisi

Noi, in realtà, siamo qui di passaggio. Una parte del prezzo che abbiamo pagato è stata devoluta in beneficenza: o meglio, è stata usata per acquistare ciò che a questa scuola serve. Ovvero, tutto: penne, quaderni, libri. Ci sono più di cinquecento studenti, qui. Dai cinque ai quindici anni, tutti con la divisa della scuola, di uno sgargiante fucsia. Gli alunni sanno che oggi sarà un gran giorno. Arrivano i Mzungu, gli uomini bianchi, carichi di doni. Quando il camion varca il cancello ed entra nel piazzale sterrato su cui si affacciano i tre edifici della scuola, tutti in mattoni a un piano, è subito chiaro che la vera attrazione siamo noi.

Vorrei provare a vedere con gli occhi sgranati di uno di quei bambini, a immedesimarmi in lui. E stupirmi di quello strano camion con dentro tante persone, tutto colorato, che sembra quasi una giostra in movimento e promette chissà quali sorprese. Gli alunni formano un circolo intorno al truck, ma non osano avvicinarsi. Educati, stupiti, intimoriti. Sotto sotto, tremendamente curiosi ed eccitati. Il preside saluta tour leader e co-driver, che di qui passano tre o quattro volte all’anno, con gli Overland che fanno il tour dell’Africa centro-orientale.

Ti ricordi i banchi di legno? Uno per ogni alunno…

I maestri (più uomini che donne) ci fanno visitare la scuola; dietro di noi, saltellanti e divertiti nugolo di bimbi che hanno deciso di aggregarsi. Le aule sono vivaci e colorate. Le vecchie lavagne (vecchie per noi), i banchi di legno mono-studente, i disegni affissi alle pareti. Finito il tour, nel piazzale c’è uno show per gli ospiti. Danze e canti tipici: un coro di almeno cinquanta bambini, e quasi altrettanti che ballano per noi, con i maestri che battono le mani per dare il tempo. Noi che negli zaini abbiamo i-Pod e cellulari, infernali aggeggi moderni che in pochi centimetri stipano migliaia di canzoni e che, accovacciati a terra, ascoltiamo rapiti quei suoni che vengono da lontano e seguiamo ciondolando il capo quei movimenti un po’ sinuosi e un po’ a scatti, tipici delle danze tribali africane.

Finito lo spettacolo, i maestri radunano gli alunni per l’alzabandiera. Un altoparlante gracchia quello che dev’essere senz’altro l’inno nazionale ugandese. Noi spostiamo il camion su un margine del piazzale e mentre i bambini rientrano nelle classi, ci concediamo un pranzo volante. Si sta bene, lì. C’è una pace strana, di serenità. I bambini ronzano intorno al camion, scrutandolo dal basso e indicandosi gli uni agli altri le grosse ruote, gli scomparti chiusi con i lucchetti, le taniche di gasolio. Apriamo i cassettoni esterni per tirare fuori le seggioline ripiegabili e mettere via le vettovaglie, e subito siamo circondati dai bimbi nero-fucsia. Qualcuno di noi sale sul truck per prendere qualcosa, e la folla si ingrossa. Il telefono senza fili manda segnali misteriosi. ù

E il truck finisce… sotto assedio

Così, in un attimo siamo circondati. Il preside arriva sorridente e suggerisce una foto di gruppo nel piazzale. Qualcuno rilancia: facciamola da dentro il camion, affacciati ai finestrini. Il leader acconsente, potrebbe essere una bella immagine per il prossimo catalogo della compagnia. Ma prima ci avverte: “Salite prima voi e fate sparire eventuali oggetti di valore”. Lo guardiamo tutti sorpresi. E infastiditi: davvero crede che questi bimbi ruberebbero qualcosa? Il pensiero viene spontaneo, da lontano: loro non hanno niente e sono pronti a dare tutto; noi abbiamo tutto, e ce lo teniamo bene stretto. Occidentali di merda. Ma non dico nulla.

Il preside urla ai ragazzi, facendo loro cenno di salire. Ma abbiamo tutti fatto male i conti. Perché gli studenti sono centinaia, e sul camion ce ne staranno sì e no una quarantina. In teoria. Parte l’assalto: rapido, fulmineo, incontrollabile. Tutti vogliono salire. I più piccoli si infilano dappertutto, sgusciano da sotto le gambe dei più grandi. Sono eccitatissimi. I maestri bloccano quelli che ancora cercano di entrare, non c’è più un solo centimetro di spazio. Facciamo la foto, con le ragazze che cantano dentro il camion e i bimbi che sorridono con gli occhi sgranati. È un grande giorno, e il preside lo sa. Per questo, chiede al leader di fare un piccolo giretto con il truck, sino al primo incrocio e poi torniamo indietro.

“Va bene, perché no?”

La scaletta retrattile si chiude con un secco rumore metallico, il motore sale di giri. Ecco, è qui che succede. Il panico, irrefrenabile e incomprensibile. I Mzungu sono diventati tutti orchi. Ci stanno rapendo. Non torneremo mai più. Questo pensano. E cercano di scappare. Noi, che non capiamo, siamo più spaventati di loro. Il preside, rimasto a terra, corre davanti al camion e fa cenno al leader di fermarsi. Urla ai bambini di stare calmi, si fa issare a bordo e li tranquillizza. Ci vuole del tempo, ma ci riesce. Inizia a cantare, e d’incanto la tensione si allenta. Ora, i suoi ragazzi cantano con lui. Ecco, ora non potrà più accadere nulla. Perché il “maestro dei maestri” è lì con loro. E il giretto, adesso sì, si può fare.

Il truck fa retromarcia nel piazzale di un’altra scuola quasi adiacente, dove i bambini in divisa blu accorrono sorpresi (non ci avevano visti arrivare) e invidiosissimi, chiedendosi cosa mai abbiano fatto di male per non meritarsi, anche loro, la visita del miracoloso scatolone arancione su ruote. Il giretto dura dieci minuti, al ritorno i bambini rimasti a scuola mostrano occhi che dicono una cosa sola: “Anche noi”.

Un secondo giro, poi un terzo

Ecco, vi abbiamo restituito almeno in parte l’allegria che ci avete donato, ma ora dobbiamo andare. Bisogna raggiungere il campeggio davanti all’ingresso del parco nazionale delle cascate Murchison prima che faccia buio. Ma, questa volta, la sorpresa è tutta nostra. Perché il costo è spropositato, e il budget non lo consente. Decidiamo allora di tornare indietro e di accamparci nel piazzale della scuola. Non c’è quasi più nessuno, lì. Ma il tam-tam corre invisibile nelle capanne lungo la strada. Il circo viaggiante è tornato. E così, nel giro di un quarto d’ora sono di nuovo tutti lì, genitori compresi. Vogliono qualcosa da noi. Qualunque cosa. E allora, sia: balleremo noi, per voi. Il leader accende lo stereo e spara a tutto volume musica dance. Noi balliamo, loro ci guardano. E ridono come matti. Matt distribuisce adesivi di Encounter Overland, i bambini se li appiccicano sulla fronte. Poi, ormai stanchi, montiamo le tende. I genitori richiamano i figli, anche per loro è tempo di andare a nanna.

Che fortuna, non esserci fermati al campeggio.

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